Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina, è la città simbolo di una guerra che solo 25 anni fa – dall’aprile del 1992 al febbraio del 1996 – aveva luogo nei territori della ex jugoslavia, a pochi passi dall’Italia, praticamente  dall’altro lato del mare.

Quando scoppiò questa guerra ero un’adolescente e ho ricordi piuttosto confusi rispetto a quello che stava accadendo.  Ero più interessata alla vita che alla morte. Se ne parlava  molto in televisione perché era molto vicina. Ogni tanto qualche aereo partiva dalle nostre basi militari e in alcuni lidi dell’Adriatico ne sentivamo il rumore. In quei momenti le immagini  della televisione mi rendevano triste e spaventata ma poi passavano in fretta sullo schermo, appena il tempo dei titoli di un telegiornale, tra la pubblicità su canale cinque e una  puntata di Beverly Hills.

Sono stata in Bosnia questa estate, un fuori rotta dopo qualche tuffo nel mare azzurro della Croazia.

“Sei stata a Sarajevo?” mi domano coloro a cui parlo delle mie vacanze.  “Si vedono ancora i segni della guerra? Vero?” è la domanda che segue.

Io rispondo “Si. E’ così”. Lo dico piano, a bassa voce, con rispetto. Questo è quello che mi arriva passeggiando per il centro della città: rispetto.

Sarajevo porta i segni lasciati dalla guerra: sui palazzi, sulle mura, nelle strade e nei racconti della gente. Incontro un ragazzo che parla italiano, si chiama Edin ed é tornato a vivere qui da poco. Ha vissuto vent’anni in Italia, sua seconda nazione,  fu portato nel nostro Paese dai caschi blu dell’Onu per via di suo padre che doveva essere operato come ferito di guerra. Ci offre un caffè turco e gelatine così ci racconta questa storia e la nostalgia per la sua città:  piena di mercanzie in bellavista, negozi, passeggio e rumore. Povera ma ricca allo stesso tempo di umanità e socialità. Odori di cibi si mescolano al chiacchiericcio dei locali. A Sarajevo luoghi di culto differenti si trovano gli uni accanto agli altri: moschee, chiese cristiane o cristiano ortodosse e sinagoghe. Citte emblema della convivenza tra popoli e religioni.

L’assedio di Sarajevo diventa il pretesto per colpire un simbolo della pacifica convivenza degli uomini. La resistenza della gente di Sarajevo si concentra sulla difesa  di radici e di una cultura fatta di pluralismo e libertà: testimoniata soprattutto nei libri e nella scrittura. Tutto ciò é descritto bene nel libro di Dzevad Karahsan: Sarajevo centro del mondo. Diario di un trasloco.

“Un giorno di ottobre venne in visita il collega Zdengo Lesic, professore di teoria della letteratura alla facoltà di filosofia e presidente della società degli scrittori di Sarajevo. Era venuto nel ruolo di messaggero a consegnarmi l’invito per l’incontro durante il quale si sarebbe fondata la sezione del pen club per la Bosnia Erzegovina. Il collega Lesic mi spiegò che la creazione della sezione era una delle azioni più importanti della Società degli Scrittori: <<Non posso lasciarlo fare a nessun altro, perché a chi va in giro può succedere di tutto, e io non sopporterei che a qualcuno capiti di morire perché stava facendo qualcosa per me>>… Fino a quando continuiamo a pensare alla letteratura, fino a quando continuiamo a salutarci come richiede la buona educazione e a pranzo ci serviamo delle posate; fino a quando desideriamo scrivere o dipingere qualcosa, o cerchiamo di elaborare la nostra situazione e i nostri sentimenti con il teatro; fino a quel momento abbiamo la possibilità di esistere come esseri culturali, di difendere la nostra città e la tolleranza che vi regna, di conservare il nostro diritto a una vita in comune di nazioni, religioni e convinzioni.”

Quando la  biblioteca nazionale diventa uno degli obiettivi principali dell’esercito jugoslavo  e sta per essere bombardata  i cittadini e i professori che lavorano nella struttura  decidono di affrontare la roulette russa dei cecchini, appostati nei palazzi e pronti a sparare, muovendosi nelle vie della città per trasportare i libri  in un luogo più sicuro. Centinaia di libri vengono trasferiti altrove, nascosti in scatole di banane.

The Love of Books: a Sarajevo Story é un bellissimo documentario che racconta questa storia. Una proiezione gratuita é visibile all interno della biblioteca di Sarajevo (bombardata  ma poi ricostruita dopo la guerra) ma é anche disponibile on line.