The City, metafora di un mondo per colmare il vuoto

The City, di Martin Crimp, è una commedia stravagante e provocatoria che reca l’impronta del nostro tempo e getta lo sguardo sulla società contemporanea. La storia gravita attorno alla parvenza di una città, metafora di una realtà immaginata, emblema della necessità di riempire un vuoto, in una beckettiana assenza di scopo.

La vicenda rappresentata con la regia di Jacopo Gassman, si svolge in un interno domestico atto a collocare i personaggi sulla superficie degli eventi trattati, in modo antitetico rispetto allo spessore retrostante dettato dall’arretrare scenico, in profondità a più livelli. Come in un gioco di specchi, quasi a voler indicare che il mondo non si arresta nella piatta espressione dello spazio mostrato ma si inabissa in più strati.

La vicenda preannuncia già dalla prima scena la crisi di relazione tra Chris, impiegato in una grande società e Clair, traduttrice con ambizioni letterarie, che gli racconta l’insolito incontro con uno scrittore di cui appare invaghita.

Il senso di smarrimento, le incomprensioni emergono in un crescendo tensivo in cui la coppia assume su di sé la disperazione di un mondo sprovvisto di consistenza affettiva. Una mancanza legata all’indifferenza che evidenzia allo stesso modo il distacco, l’angoscia di dell’umanità chiusa nel proprio spazio e sorda al rumore della sofferenza.

L’allestimento asettico richiama un ambiente stilizzato ed elegante che tuttavia sembra suggerire la messa in scena sottesa di un istituto ospedaliero, a sottolineare un malessere di fondo, anch’esso retrostante. Un disturbo che affiora dalle narrazioni bizzarre e dai dialoghi diluiti nell’assenza di interlocuzione, nell’ansia dettata dalla necessità di dare forma alle proprie digressioni fino a superare lo stesso fine interagente.

Le divagazioni sconfinano e ricadono su sé stesse, innescando domande che non confezionano risposte, ma attivano interpretazioni da parte dello spettatore.

La regia di Jacopo Gassman è simmetrica, elegante, le cromaticità della scenografia variano dal bianco al nero, al verde, come i costumi dei pochi personaggi al centro della commedia: oltre a Chris e Clair, interpretati da Christian La Rosa e Lucrezia Guidone, si alternano la loro figlia, interpretata da Lea Lucioli e la vicina di casa Jenny, un’infermiera interpretata da Olga Rossi.

Gli abiti appaiono lineari e raffinati, nei toni del nero e del bianco, mentre il verde è quello della divisa ospedaliera indossata da Jenny e dalla giovane figlia dei due protagonisti. Se la divisa indossata dalla vicina trova il senso nel lavoro svolto da quest’ultima, non sfugge l’insensatezza che la veste ospedaliera assume rispetto alla giovane figlia. Tuttavia, la stravaganza dell’indumento sembra voler sottolineare in entrambi i casi un rimedio, rappresentato da quello che la divisa ospedaliera offre, vale a dire una cura, una copertura, rispetto ancora una volta al malessere sotteso, attiguo come la prossimità di una vicina di casa e congiunto come una figlia.

La consistenza dei personaggi appare assottigliata dentro una trama slabbrata ad eccezione di Clair, unico carattere votato all’autodeterminazione, sola espressione volitiva. Decisiva appare la rivelazione poco prima che Clair intimi alla figlia di suonare o la risolutezza con cui dispone che Chris assuma un comportamento risoluto e la baci.

Appare allo stesso modo ambigua l’asimmetria di Chris che non aderisce alla sua figura iniziale, in uno sfasamento rappresentativo che da impiegato d’ufficio lo traspone in macellaio dopo aver perso il lavoro. Significativa è la manifestazione di Jenny che comincia a flirtare con Chris in un afflato di libertà colto da Clair, vera padrona delle volizioni, la quale tuttavia indugia in una contemplazione atarassica. Tutto ciò denota il dislivello dei caratteri, rispetto a quell’unico soggetto più compatto degli altri nella finzione scenica.

La storia sembra viaggiare verso una meta che tuttavia non rivela un percorso sostanziale, in un crescendo tensivo a tratti grottesco, dove gli eventi non hanno alcun senso, perché rappresentano fatti di pura invenzione in cui appare sfumato limite tra realtà e rappresentazione.

Al centro degli accadimenti vi è la ricerca di un significato di quella stessa città, metafora di un mondo privo di contenuto a cui lo spettatore sente di aderire suo malgrado, poiché si identifica nello stato di alienazione, nella follia collettiva che insegue il senso in un universo che incede nell’assenza di uno scopo.