L’isola di Arturo, Elsa Morante

“Quello che tu credevi un piccolo punto della terra, fu tutto.

E non sarà mai rubato quest’unico tesoro

ai tuoi gelosi occhi dormienti.

Il tuo primo amore non sarà mai violato.”

 

Arturo è il nome di una stella, l’astro splendente della costellazione di Boote nella volta boreale. Il nome è anche quello del fanciullo-eroe, l’adolescente nato a Procida da padre di sangue misto, italiano e tedesco, a cui Elsa Morante presta la sua voce di io narrante.

Arturo cresce allevato da Silvestro, un ragazzo quindicenne che gli fa da balia nutrendolo con latte di capra. Trascorre la sua infanzia nel paesaggio naturale dell’isola, tra spiagge di sabbia chiara, rocce torreggianti e frutteti maestosi come giardini imperiali.

Tuttavia nella percezione di questo luogo scintillante e sublime si cela la trama di un complesso psichico. La scrittura assennata e in egual modo ironica della Morante non rivela mai tale punto di inganno in cui il lettore viene tratto fino alla narrazione finale, che rappresenta il culmine del romanzo volto a rivelare la proiezione narcisistica del fanciullo eroe.

L’isola assume le fattezze di una singolarità lucente come la stella della costellazione di Boote. Lo spazio compreso non racchiude solo una zona materica, rappresenta la superfice rifratta che rimanda alla percezione del ragazzo. In questo universo l’amore si condensa nella propria identità e ama sé medesimo: “Il fatto è che, in generale, io ero troppo innamorato dell’innamoramento: questa è sempre stata la vera passione mia!”

L’isola è allo stesso tempo il luogo di vita e la contemplazione di sé, la cui esistenza indipendente affligge il ragazzo.

“Ed era un’orrida gelosia che mi amareggiava, questa: di pensare all’isola di nuovo infuocata dall’estate, senza di me! (…) In tutta questa natura, qua intorno, non resterà neppure un pensiero per Arturo Gerace. Come se, per di qua, non ci fosse passato mai! (…) ”

Il giovane è innamorato dell’esistenza al punto tale che quando decide di lasciare l’isola la vita muore. Nessuna cosa vale più dello specchio riflesso di sé stessi nel mondo. In questo sentire persino l’amore per il padre racchiude l’amore rivolto a sé.

“Subitaneo, il ricordo della sua persona mi accorse alla mente: non come una figura precisa, ma come una specie di nube che avanzava carica d’oro, azzurro torbido;(…) E certi tratti proprio di lui, (…) ritornavano isolati, a farmi battere il cuore (…) E dopo lo avrei dimenticato, naturalmente, tradito. Di qui sarei passato a un’altra età, e avrei riguardato a lui come a una favola (…) Può darsi, in coscienza che io non abbia mail amato sul serio William Gerace (…) così la vita per me è rimasta un mistero. E io stesso, per me, sono ancora il primo mistero!”

A tessere la trama del dissidio spirituale è l’amore materno di cui, ancora fanciullo resta orfano, ma che percepisce impalpabile e divino come un’entità che permea l’isola, il luogo di contenimento della sua vita al pari di un utero. Siffatto amore verrà infine proiettato nella figura di Nunziatella, la matrigna di un solo anno più grande di Arturo. Questa piccola donna napoletana da cui avrebbe bramato i baci che ella riversava al fratellastro, mette in luce il ristretto tema edipico che alimenta le gelosie contrapposte e intrecciate del ragazzo.

Arturo, in definitiva, vive in una prigione di chimere da egli stesso fabbricata. Il mito del galeotto che anima il suo senso di rivalsa appartiene a questa intuizione. Il ragazzo è ostaggio di una realtà immobile e ciclica che rinnega la morte. Un universo in cui le cose del mondo diventano parte di un insieme racchiuso in un punto senza tempo. L’isola di Arturo rappresenta questo punto di percezione: la prospettiva adolescente che non intuisce la morte e confonde il mondo con l’identità. Il passaggio all’età adulta è rappresentato dal distacco da Procida accanto a Silvestro, il ragazzo balia che lo aveva nutrito col latte di capra.

“Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi al Silvestro: – Senti. Non mi va di vedere Procida mentre si allontana, (…) Perciò fino a quel momento, che non se ne vede niente, sarà meglio che io non guardi là. Tu avvisami a quel momento.

E rimasi col viso sul braccio, (…) finché Silvestro mi scosse con delicatezza e mi disse: – Arturo, su, puoi svegliarti.

Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più.”

Arturo lascia l’isola dopo sedici anni di vita e si imbarca sul piroscafo che lo porterà a Napoli per arruolarsi insieme a Silvestro nella seconda guerra mondiale. La storia è la sua memoria dell’adolescenza.