Il film è ambientato nell’Italia dei nostri giorni. Il regista, Paolo Sorrentino racconta una realtà che adorna di solennità e rappresenta con grottesco disincanto in un paese sospeso sulle sue antinomie, in orbita come un astronauta che oscilla nell’abitacolo della sua navicella sollevata sulla gravità.
Quello che mette in scena è un dilemma umano della storia del nostro tempo. Sorrentino, come nella consuetudine delle sue rappresentazioni, si ispira ancora una volta a una maschera interpretata da Toni Servillo: Mariano De Santis, sommo giurista italiano, Presidente della Repubblica al termine del suo mandato. Un uomo al vertice dell’istituzione, che mescola nell’immaginario i vari Presidenti della storia repubblicana e simbolizza la tensione all’immobilismo democristiano. La calma burocratica che lega l’istituzione al dubbio è suggerita dai passi lenti del Presidente, nel dilemma morale che scorre tra le mura del Quirinale.
La grazia, titolo del film, provvedimento di clemenza individuale, diventa l’allegoria della consegna di una decisione. Una scelta che verte su due azioni da compiere: il conferimento della grazia a un condannato tra due detenuti per omicidio e le modifiche da apportare alla bozza di una proposta di legge per l’eutanasia. Il regista, in una definizione non casuale, lega le due questioni esprimendo un interrogativo sotteso che mette a confronto il sistema burocratico e la consapevolezza individuale.
Una risoluzione che si somma a un’altra grande domanda dei nostri giorni: a chi appartiene la nostra vita? Un dilemma che finisce per divenire istituzionale, prima ancora che morale. Affiora quindi la figura del Santo Pontefice, un uomo meno antico dell’istituzione religiosa che rappresenta, con la pelle nera e i capelli rasta, quasi a voler sottolineare che il dubbio a esso legato appare solo formale. La fuga in vespa che il Papa attua a seguito delle perplessità del Presidente sembrerebbe suggerire l’abbandono persino dell’ingerenza religiosa e l’apertura alla risoluzione.
Risulta allora ancora più evidente la stasi immutabile di De Santis nella sua resistente indecisione: “cemento armato” è il suo soprannome, lo sanno tutti. Un appellativo che richiama un pilastro solido, ne sottolinea la fermezza e la capacità di sostenere il peso dello Stato, ma evoca anche la resistenza alla modifica.
Tuttavia la superficie del Presidente si crepa, rompendo gli schemi di una intransigenza lenta che paralizza il sistema. Non esercitare la propria volontà equivale a lasciarsi vivere, che è come lasciarsi morire.
A brandirne la rottura è la figlia Dorotea, altrettanto celebre giurista. È lei la figura innovatrice che media la questione e interroga il padre sull’ opportunità di scegliere.
“A chi appartiene la nostra vita”, rappresenta il quesito che affonda gli ormeggi in un principio di libertà e determina l’approdo del Presidente alla risoluzione che la vita appartiene all’individuo.
La Grazia allora si fa metafora di una leggerezza che contrasta il peso del cemento armato e suggerisce una levità legata alla possibilità di scegliere.

