Io avevo paura del buio, delle cantine, delle ombre; di zio Qadir, e perfino di mamma e di zia Mahbub, e perciò non mi usciva la voce. Facevo i salti mortali per non farmi vedere. A poco a poco, sono diventata invisibile anche a me stessa, fino a quando sono stata costretta a chiedermi chi ero.

Attraverso le pagine di Come un uccello in volo, Fariba Vafi apre una finestra sull’Iran contemporaneo e, in particolare, sulla condizione femminile, spingendosi ben oltre gli stereotipi cui il mondo occidentale è da sempre avvezzo.

La protagonista ci narra, in prima persona, il percorso costellato di ostacoli e di sofferenza che ha compiuto alla ricerca di se stessa e che si concluderà con la ridefininizione del proprio ruolo, prima di figlia all’interno della famiglia d’origine e, successivamente, di moglie e madre.

Uno degli aspetti che mi hanno subito colpito di questo romanzo tanto innovativo è il linguaggio che definirei con tre aggettivi: lucido, tagliente, asciutto. Lucido perchè ci troviamo di fronte a una narrazione che racconta i fatti senza esprimere giudizi morali, tagliente e asciutto perchè l’autrice, utilizzando frasi semplici, senza mai aggiungere una parola di troppo, mostra al lettore la fotografia di una realtà, per molti aspetti cruda, spogliata da filtri di sorta.

Come un uccello in volo, Fariba Vafi, Ed.Ponte 33

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