Cosa ne pensate delle associazioni che in questi giorni si fanno tra la pandemia e la guerra? Io mi sono fatta una personalissima idea e credo che, sebbene ciò che sta accadendo in questi giorni non è paragonabile ad una guerra, stiamo comunque vivendo un evento storico che sconvolge le nostre vite – qualcuna più di molte altre.

Esistono comunanze non tanto nelle situazioni, alquanto diverse, ma in quegli aspetti profondamente umani che solo eventi sconvolgenti fanno emergere: la solidarietà, l’incertezza, la sopraffazione, la paura, il coraggio e molte altre cose ancora. Il libro che oggi vi consiglio di leggere “Lungo petalo di mare di Isabel Allende” può darne secondo me un’idea piuttosto chiara. Sembra parlare di emozioni e situazioni che non sono poi così lontate. Mai come in questi giorni noto aspetti di queste pagine che, forse, in un altro momento non avrei notato. Chissà se anche ad altri lettori accade la stessa cosa?

Il protagonista è comunque un “eroe” di questi giorni, ossia un medico, e si chiama Vìctor Dalmau. Impara la professione sul campo, durante la guerra civile Spagnola nel 1939, senza istruzioni per l’uso inizia a operare, ricucire, salvare vite in emergenza alimentato da un istinto di protezione verso la vita in un via vai di barelle e feriti che nessun ospedale civile, da campo o militare può curare.

La guerra porterà Vìctor e la sua compagna a dover cambiare vita diverse volte, scappando dall’Europa in guerra per rifugiarsi in Cile e successivamente in Venezuela. E’ una storia di coesione, coraggio, paura, resilienza, radici e umanità. Tante cose che, a guardar bene, succedono anche ora.

Per quanto la storia sprigioni anche emozioni tristi, la vivacità e l’amore prevalgono facendoci riflettere su ciò che ha davvero valore quando la Storia decide le vite e le travolge.

“Alla stazione c’erano diversi medici, sanitari e infermiere che accoglievano i soldati, mandavano subito i casi più gravi all’ospedale e smistavano gli altri a seconda delle ferite […]. I feriti giungevano a centinaia; bisognava fare diagnosi e prendere decisioni nel giro di pochi minuti…”

“Vìctor Dalmau si spostava su un’eroica ambulanza per prestare i primi soccorsi alle vittime, mentre l’autista, Aitor Ibarra, un basco immortale che canticchiava di continuo e rideva rumorosamente per farsi beffe della morte, si destreggiava per riuscire a guidare su sentieri dissestati. […] Per eludere i bombardamenti, spesso viaggiavano di notte; quando non c’era la luna, qualcuno li prevedeva a piedi per indicare ad Aitor la strada, se ce n’era una, mentre Vìctor prestava soccorso agli uomini all’interno del veicolo con pochissimi mezzi, alla luce di una lanterna. Sfidavano il terreno disseminato di ostacoli e la temperatura di molti gradi sotto zero, avanzando lenti come lumache sul ghiaccio, sprofondando nella neve, spingendo l’ambulanza quando dovevano risalire un pendio per tirarla fuori dai fossie dai crateri delle esplosioni, aggirando pezzi di ferro attorcigliati e carcasse pietrificate di muli, sotto il mitragliamento della formazione nazionalista e le bombe della Legione Condor che volava a bassa quota. Niente distraeva Vìctor Dalmau, concentrato a tenere in vita gli uomini a lui affidati…”