Ho conosciuto Nasim Marashi leggendo il suo racconto ‘Il mondo a Teheran’ pubblicato su Internazionale (n. 1220, 1/7 settembre) che narra di una Teheran soprendente e cosmopolita, il cui centro di aggregazione è l’Istituto Dehkhoda, scuola di lingua persiana per stranieri legata all’Università. Nelle sue aule si incontrano e stringono amicizie studenti da ogni parte del mondo, giunti in Iran per approfondire l’affascinante cultura persiana. Da subito sono stata attirata dai loro discorsi, incentrati sulle differenze culturali, sulla letteratura e molto spesso sulla cucina, la cena a base di sushi e di pasta italiana è indimenticabile. La scrittura schietta e coinvolgente nel descrivere i personaggi e le atmosfere mi ha incuriosita e spinta ad approfondire la conoscenza di questa giovane scrittrice iraniana attraverso la lettura del suo primo romanzo, ‘L’autunno è l’ultima stagione dell’anno‘, uscito in Iran nel 2015 e pubblicato in Italia nel 2017 da Ponte 33, un’interessante realtà editoriale che ha come missione la divulgazione di letteratura contemporanea in lingua persiana.

Il romanzo è suddiviso in due sezioni/stagioni, l’Estate e l’Autunno, che a loro volta sono composte da tre sottosezioni, tre come le voci delle tre amiche protagoniste, ed è ambientato in una Teheran contemporanea che affascina o soffoca a seconda della voce narrante. Ogni voce è peculiare, facilmente riconoscibile e caratterizzata in modo magistrale: ciascun lettore troverà quella in cui immedesimarsi, o come è successo a me, ritroverà in ognuna una parte di sé. Pagina dopo pagina è stato come entrare nelle loro vite quotidiane: ho appreso i loro gusti, ho condiviso le loro ansie e frustrazioni e ho partecipato alle loro cene a base di cucina persiana, protagonista aggiunta del romanzo.

Il modo migliore per presentare le tre protagoniste è attraverso le loro parole, nello stesso ordine utilizzato nel romanzo. La prima è Leila, si è trasferita a Teheran per frequentare l’università, dove ha conosciuto le sue due amiche e il marito Misaq. All’inizio della narrazione è devastata, in seguito alla dolorosa scelta di non seguire il marito emigrato in Canada per motivi di studio.

 

“Quando finiranno questi momenti odiosi della mia vita? Decisioni dolorose da prendere scegliendo tra il male e il peggio, tra il peggio e il peggio. Bivi, alla fine dei quali c’è una città bruciata. La strada destinata al fallimento deve essere l’unica strada affinchè la sofferenza sia solo quella della sconfitta. Dovrebbe esserci sempre un’unica strada da percorrere fino in fondo, senza sensi di colpa, senza la tortura della tentazione di scegliere un’altra strada, che ti fa tremare le gambe sempre più forte più forte a ogni passo. Deve esserci un’unica strada, una sola.”

 

Segue Shabane, chiamata così dal padre in onore di una poesia di Shamlu, poeta persiano; accanita lettrice, specialmente di romanzi classici, si sente irrimediabilmente spaesata dalla vita reale e la subisce in modo completamente passivo. Segnata dall’esperienza della guerra e dal ritardo mentale del fratello Mahan, di cui è custode amorevole, è sicuramente il personaggio più empatico,  soprattutto quando è alle prese con il complicato rapporto sentimentale con il collega Arsalan.

 

“Accidenti a me, accidenti a me che sto seduta come un topo su questa sedia a fissare il monitor. Accidenti a me perchè non imparerò mai nella vita a dire quello che mi sta bene e quello che non mi sta bene. Accidenti a me che non riesco a farmi valere mai, nemmeno una volta. Oggi, come ogni giorno. Questa volta, come altre mille volte. Sono seduta dietro alla mia scrivania e mi maledico per essere così codarda. […] Sto vivendo tra le nuvole. Vivo in un’illusione. Sono i libri che mi fanno vivere così. Sono questi libri pieni di eroi, eroi velenosi. Ho fantasticato sui miei eroi per anni. Li ho fatti e disfatti fino a crearne uno su misura per me, uno che non è di questo mondo.”

 

Last but not least, Rogia, la combattente del gruppo, ha preso in mano le redini della sua famiglia dopo la morte improvvisa e dolorosa del padre, Teheran le sta stretta e decide di emigrare in Francia per frequentare il dottorato di ricerca a cui è stata ammessa. Ha già pianificato e preparato tutto, è pronta a lasciarsi la vita precedente alle spalle e in teoria deve solo ottenere il visto presso l’Ambasciata francese, riuscirà nella sua impresa?

 

“Provavo una strana sensazione, simile all’invidia. Non che io sia un tipo invidioso, no. Come se fossi in competizione con me stessa. O forse con quelli che riuscivano a proseguire gli studi dopo la laurea. Dopo la specializzazione mi sentivo sulla cresta dell’onda ormai. Non mi bastava più. Non mi era rimasto che partire e fare il dottorato di ricerca all’estero. Come con i videogiochi, superato un livello, se ne apriva uno nuovo. Come se i miei sogni fossero miraggi. Quando sento che sto per realizzarli, me ne vengono degli altri. Dovevo andarmene dall’Iran. Non avevo altra scelta. Ero ambiziosa e infelice. Questo era il problema.”

 

Terminata la lettura, ho richiuso il libro, ho riguardato la splendida copertina illustrata dall’artista Iman Raad e mi è sembrato di essere appena rientrata da un lungo viaggio verso un luogo accogliente e lontano, dove in fondo si provano le mie stesse emozioni e i miei stessi dubbi esistenziali verso un futuro che spaventa, perchè incerto. Come non sentire un senso di appartenenza universale verso il discorso di emancipazione pronunciato, all’apice della frustrazione, da Rogia durante uno sfogo con Shabane.

 

“Noi siamo nate sbagliate, Shabane. Siamo fuori dalla vita delle nostre madri e non arriveremo mai alla vita delle nostre figlie. Il nostro cuore è rimasto nel passato e la nostra testa nel futuro. Il cuore e la testa ci tirano in due direzioni opposte fino a spezzarci in due. Se non fossimo malformate, a quest’ora tutte e tre saremmo sistemate in casa a crescere i nostri figli. Come tutte le donne da sempre nella storia, i nostri figli sarebbero tutto il nostro amore, i nostri sogni e il nostro futuro e non saremmo perse dietro a sogni assurdi e impossibili. Leila avrebbe semplicemente seguito il marito, come avrebbe dovuto. Io non avrei sopportato di tutto per guadagnare e farmi prestare i soldi e sarei rimasta qui a vivere una vita tranquilla. Tu saresti felicemente sposata e anziché fare da madre a Mahan, faresti da madre ai tuoi figli. Saremmo andate tutte insieme dal parrucchiere nel fine settimana, a farci fare le unghie, e invece di vivere sogni lontani e irrealizzabili, ci saremmo divertite a comprare vestiti di seta in saldo e a frequentare feste notturne.”

 

Nasim Marashi

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

Aprile 2017
pp. 208
ISBN 9788896908099
€ 15,00

Traduzione dal persiano di P. Nazari

 

Per un approfondimento:

Voci da Teheran – incontro con Nasim Marashi da Gogol&Company