Le indagini psicologiche passano anche attraverso il teatro, dove l’interpretazione di caratteri complessi è interessante e non facile. La mente umana è un folto bosco, rifugiarsi in essa può voler dire perdersi. Tuttavia gli attori si orientano con una bussola, possono esplorare questo bosco intricato, decidere di sprofondare nella coscienza di un personaggio. Rappresentarne istinti, sensazioni, volontà, desideri, per poi tornare da dove sono venuti con una consapevolezza maggiore, perché la nostra mente è talmente fitta di caratteri, che ogni personaggio esplorato in realtà ci appartiene. Erano questi forse i caratteri di cui parlava Van Gogh, quelli che riconosceva nelle lettere dell’alfabeto, segni scuri sulla pagina bianca come moscerini annegati nel latte? Pensieri o semplicemente neuroni. Nessuno conosce il bosco che ha dentro, gli attori possono contemplarlo, sebbene non riusciranno mai a conoscerlo fino in fondo. Gli uomini, talvolta, decidono di nascondersi in esso, fuggendo dalla realtà fino a smarrirsi, anche le fiabe ce lo insegnano. Ma cos’è la realtà? Da cosa fuggiva Van Gogh nel consueto sogno che lo vedeva rifugiarsi nel bosco, quello stesso luogo fitto di pensieri che infine lo imprigionava per poi indurlo ancora a scappare? Sabato scorso al teatro Duse di Bologna, Alessandro Preziosi ha interpretato il ruolo del tormentato pittore nel suo trascorso più buio, non lasciandomi indifferente alla sua notevole capacità espressiva. Lo spettacolo andrà ancora in scena nei teatri d’Italia fino a metà aprile. La vicenda è ambientata nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul de Manson, in Provenza, nel 1889. Vincent Van Gogh, ossessionato dalle allucinazioni, abita un granitico “castello bianco” in totale assenza di sapore, di odore, di vita, dove i divieti impartiti dai medici e il suono assordante del bianco, inteso come vuoto compresso tra quelle mura, rappresentano l’unica evidenza. La logica diviene la sinestesia, in cui i sensi, che si confondono e si contengono a vicenda, non stanno più al loro posto. Un profumo può essere visto, un sapore toccato, un colore ascoltato o assaggiato. Ma nell’asettico ambiente di Saint Paul il colore è assente. Persino una piccola pianta, miraggio di vita, fiorisce con petali bianchi. Il tentativo di fuggire da quel difetto diventa l’indagine sulla sua disperazione e si condensa nel serrato dialogo tra l’artista e suo fratello Theo. Sulla scena, così come nella vita dell’artista attraverso la raccolta Lettere a Theo, il dialogo col fratello ne ricostruisce le tormentate vicende esistenziali e le concezioni pittoriche. Tuttavia la creazione artistica negata a Saint Paul a causa delle asfissianti regole dell’istituto, si impone suo malgrado. Lo obbliga a percorrere un sentiero in cui unico punto fermo rimane la possibilità di una serie infinita di universi nei quali ogni cosa palpabile potrebbe essere il suo esatto contrario, in cui il colore assume il ruolo degli altri sensi e la tela diventa respiro assente. Van Gogh combatte una guerra contro l’universo sociale che ripudia la sua diversità, ma soprattutto contro il profondo e sconosciuto universo dei suoi pensieri, il bosco intrecciato da cui fuggire. Un sorta di thriller psicologico quindi, scritto da Stefano Massini e vincitore del premio Tondelli a Riccione Teatro 2005. La drammaturgia asciutta, ma ricca di spunti poetici, ci invita a riflettere sul rapporto esistente tra arti, nonché sul ruolo dell’artista nella società odierna.

Regia: Alessandro Maggi

Con: Alessandro Preziosi, Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi, Alessio Genchi, Vincenzo Zampa.

Scene e costumi: Marta Crisolini Malatesta

Disegno luci: Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta

Musiche: Giacomo Vezzani

Supervisione artistica: Alessandro Preziosi

Produzione: Khora Teatro TSA Teatro Stabile d’Abruzzo