Silvia Grandi, critico d’arte bolognese, è esperta delle tendenze artistiche connesse all’evoluzione dei media e alle più moderne contaminazioni tra performance, video e musica.

È docente d’arte contemporanea nel corso di laurea magistrale delle arti visive presso l’Università di Bologna, nonché curatrice di rassegne e mostre, tra cui la recente EosEco: un’installazione site-specific allestita in occasione di Art City Segnala 2019, per Arte Fiera

Esposta a Palazzo Zambeccari, EosEco (Nulla esiste senza ombra) di Giorgio Bevignani, sarà in mostra fino al 28 febbraio, nell’ambito della presentazione di quattro magnifiche opere dello stesso artista.

Ce ne parla, nella sua intervista, Silvia Grandi.

Silvia Grandi, come Nasce EosEco e a cosa si ispira?

Tutto nasce dalla recente esperienza di Giorgio Bevignani con la Galleria Stefano Forni, dove da ottobre a fine novembre 2018 si è svolta RubraRebour, un progetto espositivo che abbiamo costruito insieme, selezionando alcuni dei lavori più espressivi della sua ultima produzione artistica, che si concentra sulle commistioni e le potenzialità della luce e della materia. Proprio con la Galleria Stefano Forni, che è anche organizzatrice e promotrice di EosEco assieme a Francesca Goldoni per Palazzo Zambeccari e lo stesso Bevignani, si è pensato di uscire dai confini degli spazi della galleria per irradiare la ricerca in città, nell’ipotesi di rendere ancora più d’impatto quel generarsi di forze apparentemente misteriose che accompagnano i lavori dell’artista. Tutto questo secondo una pratica a lui affine, visto che più volte Bevignani ha realizzato interventi urbani. L’ultimo per la città di Bologna ha visto l’opera I’m ready to live, che ritroviamo installata in modo diverso anche in questa occasione, interagire negli spazi di Piazzetta P.P. Pasolini, Cineteca di Bologna, nel 2016. EosEco, tuttavia, è un intervento diverso e molto più articolato.

Quali sono le opere e cosa rappresentano?

L’alternarsi degli incantevoli spazi di Palazzo Zambeccari e l’antistante Piazza de’ Calderini permettono il generarsi di un dinamismo molto particolare fra interno ed esterno, a sua volta amplificato dalla stessa installazione che crea una congiunzione spontanea fra elementi architettonici e naturali. Su Piazza de’ Calderini vediamo affiancate l’una all’altra, come fossero due grandi stendardi, due note opere dell’artista: I’m ready to live (vincitore del Premio Spotlight 2015 della Royal British Society of Sculptor) e Soul of the dawn (2016), entrambe appartenenti a una trilogia rivolta alla Creazione. La prima, lo ricordiamo, è dedicata agli uomini, al deserto e al mare, quindi all’idea della migrazione e della rinascita in altri luoghi; la seconda alle donne, quindi è anche un messaggio contro il femminicidio, pertanto entrambe narrano con grande poesia e un’apparente leggerezza taluni temi fra i più urgenti dell’attualità. Da questo punto ci s’inoltra nel suggestivo cortile rinascimentale di Palazzo Zambeccari dove si può apprezzare EosEco (Nulla esiste senza ombra),una grande scultura sferoidale, anch’essa site-specific che, oltre a dare il titolo al progetto, rappresenta per lo spettatore il grado di massimo coinvolgimento e meditazione sul tema della luce. Una novità, infine, che si aggiunge al progetto, è la realizzazione di un terzo lavoro intitolato Extra Liz, anch’esso inedito, collocato lungo il corridoio che conduce dalla piazza al cortile, che concettualmente funge da cerniera fra il dentro e il fuori, amplificando ulteriormente quel senso di ambientale e di enigmatica atmosfera che connette il tutto.

Quali sono le opere collegate da elementi di senso comune?

I’m ready to live e Soul of the dawn sono, come ho accennato prima, due opere “storiche dell’artista”. Si tratta, in entrambi i casi, di due grandi reti in filato di fibra sintetica intrecciata a maglia dall’artista che scendono parallele dall’alto. Sono due figure totemiche che, nell’affrontarsi l’una all’altra, interagiscono con lo spazio urbano e modificano sia la percezione del luogo da parte del pubblico, sia la loro stessa natura, essendo sensibili ai cambiamenti di luce della giornata. Tale processo amplifica la sensazione quasi mitica che accompagna le opere stesse, trasportando simbolicamente l’osservatore in una dimensione contemplativa e di raccoglimento, accentuata anche dalla forma a stendardo che richiama suggestioni di matrice religiosa del passato. Inoltre, si può aggiungere che in questi intrecci di fibre sintetiche, che Bevignani realizza rigorosamente a mano, egli si riconnette all’attività umana e a un fare quasi rituale, recuperando un’obliata artigianalità che rappresenta un’altra sfaccettatura dell’anima dell’opera. Opera narrante, infine, dell’incontro tra naturale e artificiale attraverso il quale lo spettatore è invitato a vivere una vera e propria esperienza.

Perché nelle nuove opere Extra Liz e EosEco si lavora con materiali artificiali per riprodurre forme organiche?

Le nuove opere in mostra Extra Liz e EosEco, entrambe realizzate con materiale siliconico, si presentano con fattezze propriamente organiche. Un elemento sul quale soffermarsi è, inoltre, il valore che Bevignani assegna alle superfici che sono poi quelle che il nostro occhio riesce ad apprezzare in natura. Non parliamo di qualità decorative ma al contrario di qualcosa che paradossalmente verte in una ricerca sulla profondità. Il suo è un lavoro di scavo e poi di svelamento dove, la singolare scelta di materiali “artificiali” e la loro lavorazione, che conduce spontaneamente all’emulazione dei funzionamenti della natura, fanno sì che proprio quest’ultima sia molto più evidente. Se ci pensiamo, infatti, del mondo organico conosciamo perlopiù le apparenze. Potremmo dire pertanto che Bevignani attraverso l’artificiale torna al naturale, o meglio lo svela, secondo un processo mediato dalla tecnologia, dalla quale non possiamo prescindere per raccontare il presente. In tal senso, l’artificiale diventa l’equivalente della natura.

Cosa riproducono i suoni associati alle opere e come sono stati realizzati?

EosEco, l’opera e dunque l’intero progetto, nasce dalla lettura da parte di Bevignani del piccolo libro Breve Storia del Verbo Essere di Andrea Moro. Qui l’autore afferma un concetto che si sposa perfettamente alla sua poetica, quando, sintetizzando, dice chela luce da sola non si vede così come la materia non si vede senza luce”. Partendo, quindi, da una riflessione su questa realtà che qualifica i due fenomeni fisici, l’artista si è chiesto se fosse possibile nel loro incontro aggiungere un altro elemento per sua stessa definizione immateriale: il suono. Sicché la domanda è diventata: sarebbe possibile captare il suono della luce? E se sì, come sarebbe? Così è nata EosEco. Sono stati puntualmente registrati tutti i suoni e i rumori delle fasi della sua realizzazione, compresi quelli delle mani di Bevignani mentre plasmava la materia. I suoni dell’interno dell’opera, manipolati da due musicisti e poi amplificati nel cortile, trasformano così la sfera in una sorta di cassa di risonanza che, nell’incontro con la superfice materica – una texture di rivestimento piena di protuberanze e di rilievi simil-organici, a sua volta interessata da elementi luminosi – ci permette idealmente di visualizzare quel suono che supponiamo esistere nella luce.