Lo invidiavo. Volevo imparare da lui. Lui era un uomo. Io non sapevo bene che cosa fossi. Lui era la voce, l’anello mancante del mio passato, la persona che sarei potuto diventare se la vita avesse preso una piega diversa. Lui era un selvaggio; io ero stato addomesticato, mi avevano messo il morso.

Un dottorando di origini ebraiche, nato ad Alessandria d’Egitto e Kalaj, un tassista tusinisino, si incontrano al café Algiers sullo sfondo di una Cambridge quasi deserta. E’ l’estate del 1977. All’apparenza non potrebbero essere più diversi, ma nel profondo, per ammissione dello stesso protagonista, di cui mai conosceremo il nome, avrebbero potuto essere la stessa persona ed è proprio questa consapevolezza ciò che attrae e, al tempo stesso, spaventa il dottorando alla costante ricerca del proprio posto nel mondo. L’ America non è ancora casa, l’Egitto non la è più da troppo tempo, ma il café Algiers ha la capacità di riportarlo ad Alessandria come riporta Kalaj a Tunisi. I dintorni di Harvard Square, con i loro pittoreschi locali, si trasformano in una Francia idealizzata da entrambi che diventa ben presto zona franca e terreno comune per lo sviluppo di una profonda amicizia fatta di chiacchiere, donne, vino, invettive, fino a quando, l’arrivo del nuovo semestre accademico, spazzerà via tutto, riportandoli alla vita di sempre.

Harvard Square, André Aciman, Guanda